Sorj Chalandon – La quarta parete
Keller, 2016, Pagg. 285, Euro 16.50, Traduzione di Silvia Turato

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Tripoli, nord del Libano
giovedì 27 ottobre 1983

Sono caduto. Mi sono rialzato. Sono entrato nel garage, barcollando tra le macerie. Il fuoco, il fumo, la polvere, sputavo il gesso che mi bruciava la gola. Occhi chiusi, mani sulle orecchie. Ho urtato un muretto, scivolato su dei cavi. Metà soffitto era stato divelto dall’esplosione. Il cemento in fiamme schioccava tutto intorno con un rumore di schiaffi. Dentro la carcassa di un’auto, una fossa. Uno squarcio di guerra, l’asfalto aperto a petalo fino al suo cuore di sabbia. mi sono gettato sulle macerie come inciampando, una bambola di pezza, il ventre in frantumi. Tremavo. Non avevo mai tremato così. La gamba destra voleva scappare via, lasciarmi, una cavalletta impaurita nell’erba estiva. L’ho incollata a terra con due mani. Sanguinava, la mia pazza gamba. Non avevo sentito niente. Pensavo che la ferita e il ferito fossero una cosa sola. Che al momento dell’impatto il dolore urlasse il suo messaggio. Ma era stato il sangue ad annunciarmi la brutta notizia. Né lo shock né il male, solo il succo vischioso. I pantaloni erano strappati. Fumavano. La gamba lanciava fitte strazianti. La camicia era appiccicata dal sudore. Dall’auto di Marwan avevo preso la borsa ma lasciato la giacca, i documenti, i soldi, tutto quel che restava. Non pensavo che un carro armato potesse aprire il fuoco su un taxi.

Questo è l’incipit. Chalandon è tremendo. Inizia dando un pugno nello stomaco e all’anima del lettore per passare, dopo poche pagine, ad una normalità dove aleggia una calma apparente e dove porta a conoscere i personaggi principali della storia.

Il protagonista principale è Georges, un attivista di sinistra del ’68 parigino che ha sognato di bruciare la cartolina precetto per la guerra in Vietnam, di liberare Angela Davis e poi sposarla, di sfidare i carri armati dei colonnelli greci e che ha duramente affrontato con la spranga di ferro gli avversari fascisti.

In un’aula universitaria, durante una classica assemblea sessantottina conosce Samuel Akunis, un regista greco con origini ebree scappato alla dittatura e Aurora, altra militante di sinistra che diventerà sua moglie.
Georges ama il teatro e questa sua passione lo lega in modo indissolubile a Samuel che ha un grande progetto: mettere in scena l’Antigone di Anouilh tra le strade di Beirut, straziate dalle lotte intestine e crivellate dai cecchini.

Ecco. Questi personaggi stanno per rappresentarvi la storia di Antigone. Antigone è quella piccola magra che è seduta là in fondo, e che non dice niente. Guarda dritto davanti a sé. Pensa. Pensa che tra poco sarà Antigone, che sorgerà improvvisamente dalla ragazza magra di carnagione scura, chiusa, che nessuno prendeva sul serio in famiglia e si ergerà sola in faccia a Creonte, suo zio, che è il re. Pensa che morirà, che è giovane, e che anche a lei sarebbe piaciuto vivere. Ma non c’è niente da fare. Lei si chiama Antigone e sarà necessario che reciti la sua parte fino in fondo…
Jean Anouilh
Antigone
(1942)

Questo è il prologo dell’Antigone. Quando il sipario si alza, gli attori sono in scena, occupati a non vederci, protetti dalla quarta parete.

Che cos’è la quarta parete?
Una facciata immaginaria, che gli attori costruiscono a bordo scena per rafforzare l’illusione. Una muraglia che protegge i loro personaggi. Per alcuni un rimedio contro il panico. Per altri il confine reale. Un recinto invisibile, che a volte rompono con una battuta rivolgendosi alla sala.

Nella testa di Samuel Akunis è già tutto definito: il luogo della rappresentazione, il cast che darà voce ad ogni parte in causa nella guerra; Antigone canterà la nostalgia della terra di Palestina, Creonte farà risuonare la fede maronita, Emone brucerà dell’amore di un druso, e si dovrà contrattare una tregua tra le parti di almeno due ore, il tempo necessario per la rappresentazione.

Samuel però si ammala e chiede quindi a Georges di portare a termine il suo progetto in nome della loro amicizia e della passione per il teatro che li lega. Georges accetta e parte per il Libano dove dovrà incontrare gli attori, fare qualche prova e stabilire la data della rappresentazione.

Ed è qui che Chalandon inizia a dare il colpo di grazia al lettore, risucchiandolo nella storia e colpendolo con la tremenda realtà della guerra, realtà che lui conosce molto bene per i molti anni passati come corrispondente nei più tremendi teatri di guerra in Libano, in Afghanistan, in Irlanda del Nord.
La guerra non è un posto da cui si torna indenni e Georges si ritrova a vivere in diretta il massacro dei campi profughi di Sabra e Chatila, nel settembre del 1982. Riuscirà Georges a portare a termine il suo compito? Riuscirà a dar vita al sogno di Samuel? In ogni caso dovrà affrontare la sua personale quarta parete che lo protegge dalla vita e che risulterà impossibile conservare intatta di fronte alla barbarie.

In questo capolavoro c’è tutto, emozione e oscurità, tensione, orrore, assurdo, utopia e un inno alla fratellanza. Questo libro fa battere i cuori di chi si addentra nelle sue meravigliose pagine.
L’uomo ogni giorno riesce a produrre orrore, ma nonostante questo c’è chi si ostina a provare a cambiare le cose e qui prova a farlo con la cultura e con la bellezza del teatro. Chalandon racconta questo atto rivoluzionario mettendo a nudo anche il lettore che si trova a dover riguardare se stesso, i propri ideali, i propri desideri, a ripensare a quelli che per lui sono stati i tempi bui, pesanti (ognuno di noi ha i suoi periodi neri nella propria vita), il tutto mentre nelle pagine scorrono la guerra e le sue atrocità e il raffronto ovviamente risulta impari.

Dopo aver letto questo libro nulla sarà più uguale a prima nel vostro animo!
E mai come in questi giorni di metà ottobre 2023 con la recrudescenza del conflitto tra Israele e Palestina si fa sempre più forte la speranza di opporre alla guerra la cultura come possibilità di avvicinare gli opposti per un dialogo pacifico e costruttivo perché se alla guerra si oppone altra guerra rimarrà solo un mondo privo di vita.

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