Goli Otok – Ritorno all’Isola Calva

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L’Isola Calva fino a qualche decina d’anni fa era solo uno sconosciuto isolotto dell’Alto Adriatico, vicino all’isola di Rabat, Arbe in italiano. Poco più che uno scoglio deserto, bruciato dal sole nelle torride estati e battuto dalla bora nei gelidi inverni, posto al centro del Canale della Morlacca.

Fu Giacomo Scotti, scrittore italiano di origine napoletana che vive a Fiume dal 1948, a renderla famosa nel libro “Goli Otok. Ritorno all’Isola Calva“.

Ante Zemljar nella sua vita fu poeta e nei suoi versi ricorda i passaggi di una esistenza trascorsa a ribellarsi alle ingiustizie e ai soprusi, da parte di chiunque. Così giovanissima protesta con altri contro lo sterminio degli ebrei operato dai nazisti nella sua isola natale, Pag: espone una corona di fiori al cimitero in loro ricordo. Scoperto decide di unirsi alla resistenza per combattere nazismo e fascismo con le armi in pugno, cosa che farà fino alla liberazione del suo paese nel 1945. Per questo suo sacrificio verrà decorato personalmente dal Maresciallo Tito. Decorazione che non impedirà l’internamento a Goli Otok, sempre per volere di Tito e del suo gruppo di potere.

Abbiamo incominciato a renderci conto della vera natura di Tito quando incominciò la sua lotta personale contro Stalin. Non ci si prospettava più un futuro di pace e progresso, ma una nuova guerra. Incominciammo a contestare il regime di Tito, quando vedemmo che non aveva più niente di democratico. E tutti noi avevamo combattuto per la democrazia e per la libertà di ogni uomo. Io ero un poeta, forse l’unico nella guerra partigiana, ma il realismo socialista condannava ogni forma di poesia e di arte non allineata. Non ho potuto scrivere nulla, nemmeno quando hanno incarcerato molti miei colleghi, molti giovani che rappresentavano il meglio della cultura del paese. Mi sono limitato a dire, in privato e a bassa voce, che bisognava buttar giù quelle quattro merde che tenevano il potere per restaurare la democrazia. E tanto bastò per farmi arrestare. Un anno e mezzo fuori Zagabria, sepolto vivo, sottoterra, dove un cane non potrebbe resistere nemmeno un giorno. E poi a Goli Otok (“Isola nuda”, dove fu prima incarcerato e poi condannato ai lavori forzati, ndr), dove abbiamo provato sulla nostra pelle quello che neanche i russi sotto Stalin hanno subito. Perché il titoismo è molto peggiore dello stalinismo, più perverso, più raffinato. Stalin ti confinava a Kolyma o in Siberia e ti dimenticava là. Sotto Tito eri seguito ogni giorno, torturato, rilasciato, ripreso e torturato in modo ancora peggiore. E così via, finché non avevi cambiato testa o non eri del tutto stroncato”: è la sua testimonianza diretta, raccolta da Stefano Magni.

Nel lager dell’Isola Calva sono passati tanti italiani ma anche tanti jugoslavi, moltissimi di loro comunisti della prima ora, eroi della guerra partigiana, combattenti coraggiosi contro l’occupazione italiana e tedesca. Idealisti, visionari di un mondo di eguali, senza frontiere e senza nemici. Valga per tutti le parole che mi disse, una giornata dell’estate del 2002 in un bar della città vecchia di Fiume, Gino Kmet, confinato a Ventotene dal Tribunale Speciale e ferito durante una azione armata contro un commando di SS in uno scontro alle porte di Pola: “quello che mi hanno fatto i miei compagni di partito non l’hanno neppure lontanamente tentato i fascisti negli anni da confinato.”

Il silenzio è sceso per decenni su quella roccia abbandonata da tutti, su quella colonia penale dove il titoismo rinchiuse le sue vittime, degradando così tanto le persone che molte decisero di togliersi la vita, su un crimine che non doveva essere taciuto.

E’ calato anche il silenzio delle stesse vittime che non hanno mai parlato fino alla fine degli anni ottanta quando la tenacia di Scotti li ha costretti a “togliersi quel peso”, come  disse un altro degli internati: Aldo Juretich, scomparso da poco. Juretich, finito in carcere per essersi schierato con Stalin, a Goli Otok non solo perse un polmone ma la sua stessa identità. Tornato a Fiume dopo alcuni anni di internamento scoprì che nulla di lui più esisteva in città, neppure le carte della sua nascita. Un’ombra che ritrovò finalmente se stessa in Italia, nel 1965, quando una ragazza che divenne poi sua moglie, chiese per Juretich a Giuseppe Saragat, allora presidente della repubblica, il conferimento della cittadinanza italiana per poter sposare l’uomo che amava.

L’Alcatraz croata, come qualcuno ha definito Goli Otok, fu aperta una prima volta durante la grande guerra, quella del 1914 per ospitare i prigionieri russi. Rimase poi deserta per anni. Nel 1948, si dice su idea di Rankovic e Kardelj, strettissimi collaboratori di Tito, riaprì per “rieducare” gli oppositori al regime comunista che si era imposto a Belgrado dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Il principio del “ravvedimento” consisteva in incredibili maltrattamenti fisici e sofisticate violenze psicologiche. Fame, sete, freddo, malattie e sporcizia. Aggressioni, intimidazioni, minacce, ricatti, costrizioni. E su tutto il sospetto, quello che è più forte delle certezze e che non ti molla più. L’annientamento vuol dire portare le persone a confessare reati mai commessi, a incolparsi di azioni deplorevoli, ad accusare innocenti. A trasformarsi nell’aguzzino del tuo compagno di cella. Pratica comune infierire sui nuovi arrivati.

“Punat” era il nome del traghetto che, dalla città costiera di Buccari, vicino a Fiume, portava i prigionieri sull’Isola Calva. Con il filo spinato ai polsi e alle caviglie, stivati come bestie, cominciava un viaggio che per molti fu senza ritorno. All’arrivo su Goli Otok subivano la prima, durissima prova: lo “stroj”. Un lungo corridoio umano fatto dai detenuti già presenti sull’isola che diventavano aguzzini dei nuovi disperati mandati nella colonia penale per rieducarsi. Picchiavano duro, anche perché chi non picchiava veniva individuato dai carcerieri e subiva una pesante lezione: pugni, calci, testate contro il muro. Per rendere più disumano il trattamento dei nuovi detenuti del lager, il percorso dello stroj era cosparso di pietre aguzze.

Durante la giornata i carcerati spaccavano pietre, raccoglievano sale o facevano altri inutili lavori, proprio perché si sentissero  inutili. Le baracche erano in legno marcio, fredde d’inverno, forni d’estate. I giacigli poca paglia buttata per terra. Il cibo brodaglia sporca intrisa di ragni, mosche e altri insetti. Chi si ribellava veniva condannato al “bojkot”: mesi di “disprezzo collettivo” da parte dei compagni di prigionia, sputi, insulti, notti in piedi, bastonature e frustate. Per gli irriducibili c’era il “Reparto R 101”, un buco profondo otto metri da cui difficilmente si usciva vivi. Ma la fantasia degli aguzzini di Tito non aveva limiti: il generale Mirko Krdzic fu lasciato morire arrostito al sole; altri, come il poeta Stevan Mitrovic impazzirono per il dolore, oppure vennero uccisi a bastonate come Blazo Raicevic e Mario Quarantotto.

Ma la resistenza alla malvagità umana, all’idea dell’annientamento totale che nel secolo ventesimo mosse molti regimi dittatoriali, come per gli ebrei vittime della Shoa, è passata per le piccole cose, per quei granelli di sabbia che riescono ad inceppare macchine potenti e micidiali.

Ante Zemljar ha continuato a scrivere poesie anche durante le reclusioni all’Isola Calva. Le nascondeva sotto una pietra perché non finissero in mano agli aguzzini. Una volta libero le ha portate con sé, e, decenni dopo, finalmente le ha pubblicate regalando all’umanità la raccolta di versi “L’inferno della speranza”.

La parola finale però l’hanno pronunciata Aldo Juretich e Gino Kmet quando dissero, passeggiando per le coste boscose dell’Istria, guardando dal Golfo del Quarnero, l’Adriatico e la sagoma dell’Isola Calva. “Nonostante l’orrore vissuto abbiamo vinto noi perché siamo rimasti uomini buoni. I nostri carnefici invece hanno perso tutto. Gli rimane solo il disprezzo di chi avrà il coraggio di non dimenticare mai.”

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