Aronne Dell’Oro – Tronu de marzu
Autoprodotto, 2024

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“Non canto e suono questi brani come se fossero blues, ma perché sono il nostro blues”: così Aronne Dell’Oro ti spiega come vede le cose. Perché va bene le terze minori e le dodici battute, ma qua il blues è una questione di approccio: ha a che fare col muoversi in un paesaggio dai contorni sempre un po’ sfumati, dove continuamente frammenti di melodie o di testi riemergono in brani diversi, o si staccano da un contesto per generare altre creature. È anche questione di come pensi lo strumento e il fingerpicking che, come all’origine simulava i movimenti ritmici del ragtime pianistico, qua replica schemi come quelli dei tamburi a cornice e della grande famiglia delle percussioni mediterranee.

Per metà pugliese, ma rappresentante di una generazione svezzata al Bloom di Mezzago (con Mauro Ferrarese, Max De Bernardi, Diego Potron…), Aronne Dell’Oro (d’ora in poi A.D.O.) ha scelto di stare sulla strada aperta da gente come Skip James, Rev. Gary Davis, Mississippi John Hurt, e percorsa da tutti quelli che in Gran Bretagna hanno usato la loro lezione per raccontare altre storie: quelli come Davy Graham, come John Renbourn e, in cima alla lista, Bert Jansch e Nick Drake.
C’è un pugno di canzoni napoletane in Tronu de marzu — il nuovo album, solo chitarra steel string e voce — che fa tornare in mente i Roberto Murolo, i Fausto Cigliano, i Sergio Bruni: ma, se per quei grandi cantanti chitarristi di Napoli il modello erano soprattutto gli chansonnier, i riferimenti di A.D.O. stanno da un’altra parte, sono quegli inglesi che negli anni ’70 si compromisero col folk e col blues.

Tronu de marzu è il suo ottavo album, se si esclude un’ampia raccolta antologica pubblicata su Spotify nel 2020 (Mediterranean Recordings), alla quale vi suggerisco di tornare per rinfrescare la memoria e per capire da dove arriva questo nuovo capitolo. Voce e chitarra appunto, fino alla prova più difficile, cioè quella di misurarsi con autori come Roberto De Simone (“Canna austina”) o, più indietro nel tempo, Saverio Mercadante (“Lo marenaro”): A.D.O. si pone di fronte a tanta sapienza compositiva e di orchestrazione scegliendo di lavorare per sottrazione, di smontare e rimontare alla sua maniera, di riscrivere e reinterpretare scansando la via funesta, pure cara a tanti chitarristi, della replica virtuosa che infila tutta l’orchestra dentro lo strumento. Ché poi vi avviso, A.D.O. è uno che se lo chiami chitarrista non lo metti di buon umore, ma è un tipo cortese e dunque, al massimo con un’occhiataccia, si limita a ricordarti che no, lui è un cantante folk. Un cantante folk che si accompagna, però, e che lo fa in un modo originalissimo, con lo stile che ha creato negli anni. E sarebbe difficile separare i due aspetti: da una parte, ha una voce che di album in album cresce e si fa più poliedrica e profonda — e che sarebbe ingiusto considerare subalterna rispetto allo strumento — dall’altra, il suo modo di arrangiare e di tessere i suoni intorno alle parole è uno dei grandi valori del suo lavoro. Ancora di più in questo album i contesti armonici delle canzoni originali si fanno rarefatti, si affidano agli sfondi creati dalle accordature alternative, dove sono soprattutto le note basse a disegnare la mappa e a tracciare la strada. Questo dà vita a quei suoi pattern a volte ipnotici, e sempre seducenti, che avvolgono il cantato e te lo restituiscono un po’ col suo fascino antico, e un po’ come qualcosa che non esisteva prima.

A quell’approccio che dicevo all’inizio — smontare frammenti e rimontarli in qualcosa di nuovo — qui fa dichiaratamente ricorso, ed è esemplificato già nella partenza dell’album: “Catene de tiempo amaro” nasce da una scheggia di “Vintitré li ffronne” — villanella che conoscevamo dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare; “Rosa di to maneri” cuce insieme spunti melodici e poetici che ricorrono in una quantità di brani di origine salentina; e poco più avanti, nel brano che dà il titolo a tutto, entrano in collisione un testo reso noto dalla ricerca di Alan Lomax (“La strada de Martanu tira tira”) e l’aria di “Ferma zitella” che conosciamo grazie a Brizio Montinaro (figura chiave nella ricerca sul campo in Puglia, uno dei personaggi incredibili che si scoprono sulle tracce di questa musica).
E poi riprende la grande cantastorie Rosa Balistreri, e poi Maria Teresa Cau, storica interprete del “canto a chitarra” sardo, e le dieci tracce disegnano un percorso fra canzone popolare e composizioni d’autore di derivazione più “colta”, che nel mondo di A.D.O. non sono territori indipendenti e si presentano piuttosto contigui e mai davvero distinti: dalle registrazioni sul campo a De Simone, da Giovanni Avantaggiato, cantore salentino, a Evemero Nardella, compositore e direttore d’orchestra attivo nei primi decenni del ‘900.
Insomma, ci sono universi nella musica e nella ricerca di A.D.O. e ci sono in questo disco, che è in tutto e per tutto il disco di un folk singer che ha attraversato il grunge, il blues, e varie altre esperienze — nel caso vi domandiate “ma da dove arriva quella nota curiosa, quell’accento inaspettato?”.

Due o tre cosette per finire: lo strumento che suona A.D.O. esordisce in quest’album ed è di Giulio Cantore, liutaio, chitarrista e cantautore; i suoni sono di Mauro Lazzaretto, storico artefice delle sue registrazioni. E Tronu de marzu lo trovate su Bandcamp.

Tracce
Rosa di to maneri
Chista è la vuci mia
Canna austina
Tronu de marzu
Lo marenaro
E bonasera Ammore
Questa è la strada
Drommi fiore meu
Bella si tu venisse int’a sti braccia

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