Beograd – passato remoto
Episodio 1

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Io non so se questo libro sarà mai pubblicato, neppure se qualcuno lo leggerà. Soprattutto non so neppure se riuscirò a scriverlo. La Belgrado che conoscevo io sta svanendo sotto una pioggia di petrodollari, per l’esattezza 3,5 miliardi di euro che giungono dal Golfo Persico. La città che ha resistito a due assedi turchi, alle scimitarre ottomane e alle bombe della Luftwaffe e della Nato sembra ormai impotente di fronte all’ultimo assalto in arrivo dagli Emirati Arabi. Un assalto che dovrebbe trasformare la “città bianca” nella Dubai dei Balcani.

Per cui se mai vi venisse voglia anche solo di sfogliare il mio ipotetico libro non fatevi trarre in inganno. Sarà sicuramente la peggior guida di Belgrado che si possa trovare in circolazione. Vi potrà forse essere utile solo se possedete la facoltà del ritorno al passato ma dubito altamente che ciò sia possibile.

E’ la distanza a inventare la città, come ben sappiamo”: scriveva Josè Cardoso Pires parlando della sua Lisbona.

A Belgrado le distanze esistono. Lunghi viali che vanno paralleli senza mai incontrarsi, dalla Stazione a piazza Slavija, da piazza Slavija alla collina di Kalemegdan. Per tornare senza perdersi è opportuno rifare la strada all’inverso come Pollicino nella fiaba di Charles Perrault.

Delle rette parallele qualcuno ne ha fatto il simbolo dell’incomunicabilità. Ma se due rette parallele non si incontrano mai neppure si allontanano mai. Ecco ribaltato il punto di vista dell’incomunicabilità. È solo la prospettiva da cui guardare e da cui intuire a fare la differenza.

A Belgrado il baricentro, l’asse portante, l’architrave di queste rette parallele è, per l’appunto, piazza Slavija. O forse era, dovrei dire, prima del restyling ad opera della Eagle Hills, società degli Emirati Arabi Uniti controllata da uno dei più grandi colossi immobiliari, la Emaar Properties, con un fatturato superiore ai tremila miliardi di dollari,  che trasformerà  attraverso un lussureggiante make-up zeppo di torri di vetro, case di lusso, grandissimi shopping center, approdi per yacht di miliardari russi e sceicchi mediorientali 1,8 milioni di metri quadrati a Savamala, il vecchio quartiere che sorge, o meglio sorgeva, sulla riva destra della Sava, appena prima che le sue acque entrino nel Danubio. Dopo la trasmutazione di Belgrado ad opera di emiri e visir è probabile che piazza Slavija non sarà più il perno di questo sistema viario, ma un semplice slargo verso la periferia orientale, appena prima di San Sava.

Eppure, piazza Slavija è sempre stata la piazza più balcanica della capitale balcanica dei Balcani. È stata un ricettacolo di storia e di storie, alcune edificanti, altre decisamente meno.

La bohème socialista ha abitato stabilmente la piazza fin da quando, nel 1919, la dimora di un uomo d’affari scozzese, Francis Mackenzie, divenne una specie di Casa del Popolo, luogo di incontro e organizzazione delle prime leghe operaie. Un anno prima che a Vukovar venisse fondato il Partito Comunista di Jugoslavia, messo poi al bando dal re Alessandro I.

Nella sintassi quotidiana piazza Slavija rappresentava un posto di torbidi rivoluzionari. E così i suoi locali, i caffè “Tri seljaka” e “Rudničanin”. Nelle due kafane albergava di tutto: ballerine in tournee, bari, spregiudicati mercanti, sobillatori sociali. I loro magazzini ospitavano molte delle merci che servivano alla città. Finiranno distrutte non dalla furia iconoclasta dei nostri anni ma dalla guerra mondiale, la seconda. Del tempo dei torbidi rimane, o rimaneva, sull’angolo del Bulevar Oslobodjenja, la lapide posta nel 1952 che commemora appunto la fondazione del Partito Comunista Jugoslavo.

La piazza, come tutte le piazze è palindroma cioè si puoi percorrere sia in senso orario che in senso antiorario. Il codice della strada obbliga le vetture al solo senso antiorario, a meno che non siate in un paese anglosassone. Basterebbe questo per dimostrare la superiorità dell’uomo sulla macchina. A piedi fai ciò che vuoi, regolato solo dall’istinto di sopravvivenza. Lo stesso che ha salvato il busto di Dimitrije Tucovic, fondatore del partito democratico serbo, messo al centro della rotatoria e mai tolto anche quando più volte è cambiato il nome della stessa. Troppo rischioso per chiunque attraversarla per deporlo, fra caroselli di auto, di tram, di bus, di moto, di Tir. La gloria di Tucovic è durata dal 1947, quando lo stesso Maresciallo Tito volle il suo busto bronzeo nell’aiuola centrale, fino a pochi anni fa. Poi il post-moderno di una fontana con giochi d’acqua e di luci. Troppo costosa hanno denunciato molti belgradesi, indignati per la cifra di 214 milioni di dinari, più di un milione e mezzo di euro. Col fairplay del politico Goran Vesić, membro del consiglio comunale, ha dichiarato che chi non ama la fontana musicale è libero di non ascoltarla.  Così le spoglie di Tucovic, il 15 dicembre 2016, sono state spostate nel Vicolo dei Grandi nel Nuovo Cimitero di Belgrado.

Invece piazza Slavija è rimasta e c’è chi la definisce, con slang post-moderno, un luogo del cyber spazio. Le otto strade che partono da Slavija sono altrettante vie maestre da percorrere per intero fino all’oasi finale.   Il Bulevar Oslobodjenia, il viale della liberazione, ti porta dritto dritto al quartiere Vračar dominato dal tempio di SanAava.

 

Il secondo episodio lo potete leggere a questo link:

Beograd passato remoto

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