Beograd – passato remoto
Episodio 9

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Era il 1961. Tito, l’indonesiano Sukarno, l’indiano Nerhu e l’egiziano Nasser chiamarono nella capitale balcanica 25 leader mondiali per dar vita al Movimento dei paesi non allineati. In un mondo diviso fra il blocco occidentale e quello orientale, quello governato dagli Usa e quello dall’Unione Sovietica, l’idea dei “quattro” fu rivoluzionaria. Obiettivi: la decolonizzazione, la sovranità nazionale, la lotta alla povertà e al sottosviluppo, il mantenimento della pace. L’idea di una “Terza via” diede alla Jugoslavia e al suo capo carismatico una visibilità mondiale. Fra i “delegati” di un vertice che fece storia, c’era anche l’imperatore etiope Hailé Selassié.

Jorge Luis Borges si chiedeva che differenza ci fosse fra una lucciola o un impero: tutti e due brillano di luce propria, diceva sempre. E siamo cresciuti tutti con le fiabe sui regnanti, a partire dalla “rana di Esopo che chiede un re”. Oppure con “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen. Non riusciamo a pensare a un imperatore senza lusso, ricchezza e gioielli. Neppure Hailé Selassié detto il Negus ci riusciva, anzi per lui il potere doveva ostentare sé stesso. Lo disse a Tito che sappiamo quanto fosse attento allo sfarzo e al bel vivere. Disse esattamente: “Caro Maresciallo, può una capitale importante quale è Belgrado non avere un albergo in grado di ospitare come fosse una reggia i potenti del mondo?” Certo che no, rispose il Maresciallo e via con i lavori dell’Hotel Jugoslavija. Teste coronate, dalla Regina Elisabetta ai regnanti belgi e olandesi. Capi di stato, da Nixon a Carter. E poi Tina Turner, Mike Jagger, Cassius Clay. Dall’Hotel adagiato sulle rive del Danubio ci passarono proprio tutti.  Pure la direttrice di Elle, Hélène Gordon-Lazareff che affermò, con tutta l’autorevolezza che le veniva dal ruolo ricoperto: “Nenche Parigi  ha un hotel bello come lo Jugoslavija”.

Ziveli“. Erano “bastati” quattro bicchieri di rakja sgolati di colpo per far sciogliere la lingua al mio ospite. Nella kafana dove mi aveva dato appuntamento Dragan (nome di fantasia fra i più comuni in Serbia) c’era un odore di stufato e di cucina funzionante a legna. C’erano le tovaglie a quadri e le sedie spaiate, una cappa stantia di fumo e un mucchio di bottiglie vuote accatastate sotto una finestra. Forse anche gli spiriti di vecchi ufficiali austroungarici, di anarcosindalisti intenti a tramare contro l’impero, di qualche rifugiato dalla Russia o dalla Turchia. Di cuori infranti e bari. Di signorine e gigolò. Un luogo ove ogni cosa poteva essere lecita se fatta con discrezione.

Sul tavolo erano arrivate due scodelle di shopska e un vino rosso del Montenegro.  Eravamo gli unici avventori del locale. Alla sera ormai i belgradesi preferivano locali più alla moda o i barconi sulla Sava. Ma lì era più tranquillo. Per questo Dragan mi ci avevano portato.

Poi ci servirono due cotolette croccanti. Contorno di patate al cartoccio. Attorno all’osso pezzi di grasso che invogliavano a succhiarla.

Il menù comprendeva anche la palacinka. La fiamma era bluastra. Durò il tempo di bruciare il liquore. Sapeva di maraschino e di erba menta. La panna, come fosse stata battuta più del dovuto, aveva consistenza. Chiesi il bis. Fra la prima e la seconda palacinka  Dragan chiese: “Allora sei un poliziotto? O forse lavori per i servizi segreti del tuo paese?”   Capii dopo che per lui poliziotti, giornalisti e agenti segreti, erano la stessa cosa, vacche da mungere, persone che lo “oliavano” per avere informazioni. Ma una “gola profonda” a volta parla solo per il gusto di farlo e con me fu così. Di cose da dire sull’Hotel Jugoslavija Dragan ne aveva, avendoci lavorato per molti anni. Non fu molto chiaro nel definire il suo incarico, comunque, si sentì di affermare “di grande responsabilità”.

Chissà se furono per quelle “grandi responsabilità”, o l’esser diventato un guardaspalle di Arkan, il comandante delle famigerate “Tigri”, un gruppo paramilitare di psicopatici tagliagole, protagonisti di violenze e stragi durante le guerre balcaniche del secolo scorso, per cui Dragan finì “sparato” in uno dei boschetti dell’isola Ada Ciganlija .

Dopo la sera alla kafana non ebbi più sue notizie. Ritrovai il suo nome in una pagina di un quotidiano. Riportava un lungo elenco di necrologi per la sua morte. Scoprii così la data di nascita e, soprattutto, il luogo: Zemun. Casa e bottega per chi conosce la capitale serba.

E quindi ripartiamo nel nostro ipotetico tour proprio da Zemun. Quando l’antica Taurunum divenne Zemun è difficile da stabilire. Certa è invece la dominazione ottomana da metà del sedicesimo secolo a metà del diciottesimo secolo quando la riconquisto l’Austria, con la famosa battaglia di Petrovaradin. Zemun fu così l’avamposto dell’impero austro-ungarico sulla frontiera del Danubio, la città aperta ai commerci con la “gemella” Belgrado rimasta in mano ai turchi. Strappi e ricongiunzioni continue, fino a quando, con la vittoria dell’Armata popolare jugoslava nella Seconda guerra mondiale, fu riunificata a Belgrado.

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