Beograd – passato remoto
Episodio 4

Condividi:

Dico sempre che lo scriverò e non lo faccio mai, come i buoni propositi il primo dell’anno. Cosa non faccio mai? Scrivere un libro sul mondo ex, quello narrato da Predrag Matvejevic, il grande scrittore di Mostar, madre croata e padre russo, di Odessa. Scrivere di paesi svaniti nel nulla. Della DDR, della Cecoslovacchia, dei paesi dell’est Europa, concetto che Milan Kundera contestava preferendo l’idea di una Mittle Europa. Chiamiamoli paesi del blocco sovietico seppur alcuni se ne scostassero. Paesi che risolvevano i problemi a colpi di comunicati del Politburo del partito, di campi di rieducazione per i dissidenti, di ospedali psichiatrici per i recidivi.

Una tempesta devastante si è poi scatenata su quell’ideologia provocando prevedibili ondate di malumore. E tante domande nascoste in rimasugli di memoria. Dove sono le illusioni perdute del Novecento? “E noi, mi diceva Predrag Matveievic nell’ultimo nostro incontro a Zagabria l’estate del ’14, siamo gli sconfitti. Il capitalismo è rimasto e si trasforma in globalizzazione, in dittatura dell’economia. Il comunismo reale si è dissolto nell’acido prodotto dalle sue nefandezze. E meno male. Purtroppo, continua ad ammorbare l’aria dei paesi che l’hanno conosciuto.  Invece gli uomini come noi, i dissidenti all’est e all’ovest, chi cercava un socialismo dal volto umano è stato cancellato dalla storia. Chi ricorda più Charta ’77, Dubcek e Havel? E il Kor polacco di Adam Micknik? Gli studenti irrequieti di Radio Mladina e della rivista Student a Lubiana? I dissidenti del Forum ungherese? L’opposizione di Dresda?

Più cresceva, durante le guerre balcaniche della fine del Novecento, l’isolamento internazionale della Serbia e del Montenegro, raccolti nella Repubblica federale di Jugoslavia, più crescevano le sanzioni contro il regime di Milosevic più aumentava il numero di ospiti stranieri in tutta la capitale Belgrado. Giornalisti, operatori umanitari, militari, politici, procacciatori d’affari, artisti e intellettuali, intelligence varie, perfino qualche collezionista alla ricerca di patrimoni artistici che molti vendevano a poco prezzo, prima di scappare o come ultima forma di sopravvivenza.

La sopravvivenza per me invece fu un Mc Donald’s. Stupiti? Diciamo che il pragmatismo serve sempre. Rigidi nel pensiero, moderati nell’azione.

Che avrei dovuto fare una mattina di aprile, credo nel 2014, quando scendendo dalla mia stanza dello Slavija (e si perseverare è diabolico) per fare colazione nel salone dell’albergo mi ritrovai immerso in un lago d’acqua, come fossero usciti assieme Sava e Danubio? Personale con secchi e spazzoloni, ma l’onda era ormai uno tsunami. Dalle vetrate, dalle porte, perfino dalle cantine l’alluvione sembrava inarrestabile. Così, con un semplice giubbotto e scarpe leggere ai piedi mi sono scaraventato fuori alla ricerca di un posto che mi potesse introdurre alla giornata in modo gentile. Chi sa di cose slave, capisce bene come i normali bar balcanici siano i meno indicati per un “petit dejune” in regola con i canoni del bel paese. Disorientato sotto il diluvio mi è apparsa la classica insegna con la “M” gialla e la scritta McCaffè. Quasi un miraggio sull’angolo fra la Deligradska e la Nemanjina. Croissant alla francese, caffè e cappuccino all’italiana. Non è sufficiente ancora per essere assolto, o almeno compreso? Ebbene se non fossi entrato in quel McDonald’s, mai avrei scoperto che ero in un luogo iconico: il primo locale della catena fondata in California, aperto in un paese comunista. Esattamente il 24 di marzo del 1988. Un’anticipazione in piccolo dell’89 a Berlino.

Undici anni dopo, a soli cinquecento metri, le bombe della Nato ridussero in macerie il Generalštab, il ministero della Difesa. Bombe intelligenti, precise al millimetro, che lasciarono intatti hamburger, patatine fritte e nugget del McDonald’s.

 

Condividi: