Beograd – passato remoto
Episodio 20

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Diceva il poeta francese Patrick Besson che Belgrado è tollerante nei confronti di chi ti fuma addosso, di chi beve come una spugna, di chi stramangia, di chi occupa per ore un tavolo in un bar avendo ordinato niente altro che un caffè. È così, ma non certo per la Via Principe Mihailo che taglia il quartiere Art Déco della città. Qui è il salotto buono di Belgrado, qui si gira sfoggiano il guardaroba delle grandi occasioni. Le grandi firme si susseguono nelle boutique e in qualche centro commerciale. Ristoranti, pasticcierie, caffè di lusso che rimandano alla belle époque. Forse il più famoso ed esclusivo il Ruski Car, lo Zar di Russia, aperto nel 1926, ora purtroppo chiuso. Una pasticceria seconda solo a quella dell’Hotel Moscow, alla tavoletta di ananas con frutta e crema che servono nell’albergo più esclusivo di Belgrado.

Ma anche qui è la storia a scrivere l’urbanistica.  E la data esatta è quella del 1867, l’anno in cui i Turchi abbandonano Belgrado. Bisogna cancellare la dominazione ottomana e cosa meglio di una via centrale che non guarda più ad est ma copia le grandi capitale europee, Parigi prima di tutto, senza dimenticare però Mosca, San Pietroburgo e la Russia. E ricordando nell’intitolazione il Principe Mihailo, figlio del Principe di Serbia Miloš Obrenović e di sua moglie Ljubica la cui politica portò all’allontanamento dei turchi.

È così la zona rimase a rappresentare l’ambizione belgradese di essere Mitteleuropa. Sempre, anche durante gli anni bui della fine del secolo scorso.

All’inizio della Principe Mihailo, incastrato fra due grandi store, sorgeva per tutti gli anni Novanta il presse center. Milosevic e il suo regime lo presentavano come esempio di democrazia del governo che facilitava ai media stranieri il lavoro dando loro una sede operativa in pieno centro. Ma quella sede da noi giornalisti era vissuta come un circolo del bridge o degli scacchi che le autorità l’avevano riempita di occhi visibili e invisibili, infiltrati e cimici. I nostri contatti avvenivano da altre parti.

Frequentavo spesso il presse center nel periodo in cui i Balcani incendiavano il mondo, come frequentavo una taverna dietro l’Accademia delle Scienze. Smisi di andarci quando, dopo una forte esplosione, comparvero sui tavoli 28 pistole. Nel locale eravamo in trenta. Due i disarmati, io e l’inviato di una televisione svedese. Quella del cameriere invece spuntava dai calzoni. Una automatica di fabbricazione sovietica, mi disse lo svedese che adorava le armi ma ne aveva una paura tremenda. Il calcio era grande come una mano. Mi immaginai la canna.

Belgrado come la Chicago degli anni trenta, la Marsiglia degli anni cinquanta, la Palermo degli anni settanta. Belgrado dove si saldavano i conti senza troppi problemi. Belgrado dove molti locali pubblici esponevano il logo della sosta vietata sovrapposto a una pistola. Semplice il significato: qui non si entra armati.

Davanti al Presse Center, confusi fra i gadget turistici, le magliette dei calciatori, le sciarpe colorate e le bandiere di tutti i tipi che esponevano due bancarelle, due uomini stazionavano perennemente cercando di confondersi fra la folla. “Uomini dei servizi, disse il cameraman svedese “ma è solo messinscena. Se ne accorgerebbe anche un cieco.  Ci prendono in giro perché le vere spie stanno già qua dentro, fra tutti noi. Guardati da chiunque e non parlare con nessuno.“

Così finii anche di frequentare il presse center, non certo la Principe Mihailo. Fatelo anche voi, ma prima di arrivare alla Pariska, il viale che introduce al Parco di Kalemegdan e alla fortezza dovete sostare davanti al Palazzo dell’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti, al 35 de la Principe Mihailo. Il suo nome, come per molte cose nei Balcani, è transitato da un regime all’altro: dalla Società Serba degli Eruditi alla Reale Accademia Serba delle Scienze per poi, laicamente, perdere il reale e restare quello che è oggi. Passaggi non indolore, come si può immaginare, legati più alla politica che agli “eruditi” iniziali. Il Palazzo ha una potenza architettonica che affascina e incute un certo riserbo, quasi fossimo nell’imminenza di una rivelazione. Architettura di eccellenza e vetrate grandi e colorate. Da qui, verso la collina di Kalemegdan è la sua fortezza il passo diventa più riflessivo, meno moda e più storia. Meno brand e più gesta, nella narrazione di un popolo, di una nazione, di una regione. I Balcani sono qui, nella collina e nella fortezza, come uno sperone che si affaccia dall’alto sui due fiumi che evocano purezza e contaminazione.

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