Beograd – passato remoto
Episodio 19

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Dalla Casa di Ivo Andrić lo sguardo spazia su tutto il Parco dei Pionieri. Un enorme giardino che collega il Palazzo della Presidenza della Repubblica, il Comune di Belgrado, il Parlamento, il quotidiano Borba (che un tempo era l‘organo della Lega dei Comunisti), la Casa dei Sindacati (un po‘ meno potenti di quando c‘era il regime). E‘ il centro politico/amministrativo di Stari Grad, la città vecchia. Qui vanno in onda i riti stanchi della politica: incoronazioni e defenestrazioni.

Qui ho visto sul finire degli anni Ottanta Milosevic adorato come l’uomo della rinascita del popolo serbo e nel ’93 Milka Zulicic, detta “madre coraggio”, prendere a sassate il suo l’ufficio accusandolo di essere il mandante dell’uccisione del figlio. Nel ’94 i pacifisti europei contestare Slobodan Milosevic e nel 1999 migliaia di giovani studenti immolarsi sotto i colpi dei manganelli e dei calci dei moschetti della milicija per tentare di gettare giù il tiranno. Nel 2000 ho assistito all’assalto del Parlamento da parte di una folla immensa che accusava Slobodan Milosevic di avere imbrogliato sul risultato elettorale che avrebbe dovuto premiare l’opposizione di Vojislav Koštunica.  Nel 2015, ho visto Novak Đukić, accusato dell’eccidio di Tzula, passeggiare libero nel Parco dei Pionieri, assieme a un enorme cane bianco e peloso. Più che i palazzi, tutti eretti nel Novecento, la storia, in questa piazza, paiono farla le folle.

Ma l’algoritmo della sequenza logica del racconto mi impone di non parlare di fatti di cui tratterò più avanti. Siamo pur sempre nel cuore della città, ove non arriveranno i petrodollari e gli archistar del Golfo. Stari Grad non è una zona depressa, soprattutto gli Emiri e soci non vogliono rischiare visto come il Parco dei Pionieri e la Piazza antistante al Parlamento si accendano spesso di furori incontrollati.  Tutto rimarrà come sempre, nel Parco passeggeranno non solo criminali di guerra in libertà, ma anche tate con bambini piccoli, nonni con nipoti, innamorati alla Peynet. Vedo ancora i più stanchi bagnare i piedi nella fontana che chiude verso est la piazza, e sento le urla della mia amica Gordana Logar, portata via a braccia dalla polizia dopo che il governo si era impossessato del Borba, il suo giornale. Giornalista dalla schiena dritta Gordana, come lei altri: Peter Lukovic, Ivan Torov, Nikola Burzan, Radivoj Cvjeticanin, Grujica Spasovic. Casi rari nella Serbia di fine Novecento.

Poi venne il 5 ottobre del duemila, i manifestanti assaltarono il palazzo della televisione, una roccaforte del regime di Milosevic. Alle prime sassate, i giornalisti uscirono tutti a fraternizzare con i manifestanti. Solo poche ore e avevano già cambiato casacca, da megafono del potere a strenui difensori dell’opposizione. Cose che succedono, e non solo nei Balcani.

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