Beograd – passato remoto
Episodio 14

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Valeva la pena, prima di ripartire, fare questo excursus a metà fra il feuilleton e la storia che brucia ancora fra le generazioni più vecchie.

Valeva la pena perché sarà più semplice capire cosa è stata la Belgrado socialista. E la collina di Dedinje come il luogo di tutte le rappresentazioni del potere serbo. Pre e post monarchico, pre e post-socialista.

 

La Kuća cvijeća, la Casa dei Fiori è un luogo tristissimo che sta sulla collina di Dedinje a dominare la città. Ora vi riposano le salme del Maresciallo Tito e della moglie Jovanka.  Sotto corrono i due serpenti melmosi del Danubio e della Sava. Per molti anni è stato occhio vigile della rivoluzione socialista su tutto il paese.  La nostalgia ha bisogno del contatto fisico e mentre sali la scalinata di marmo bianco senti un mondo che non c’è più che ti viene incontro. Che ti riporta a Yalta, alla guerra fredda. All’Europa divisa in blocchi, ai carri armati a Budapest e Praga. Alla crisi di Cuba.

Ma la storia, anche la più gloriosa, è destinata, col tempo, a finire sulle bancarelle dei souvenir, fra le maglie dei calciatori e le palle con la neve dentro, come il Colosseo a Roma e l’Acropoli ad Atene. Un busto di Tito, grandezza da scrivania, in bronzo a duecento dinari, la bandiera della Repubblica Federalista di Jugoslavia a trecentocinquanta dinari. Questi erano i prezzi di allora. Non conosco quelli di oggi ma il souk sarà identico. Estimatori del Maresciallo con al collo il fazzoletto rosso del nonno o del padre partigiano, qualche turista straniero, scolaresche vocianti e disattente. Di fianco all’effige di Tito o alla bandiera della ex Jugoslavia, colbacchi, distintivi dell’Urss e degli altri paesi del patto di Varsavia, un po’ di Mao, di Allende e di Che Guevara. Ma gli ultimi con meno richiesta. Siamo nel socialismo reale non nel terzomondismo.

La Kuća cvijeća, la Casa dei fiori non ha la magniloquenza dell’Altare della Patria a Roma o dell’Arco di Trionfo a Parigi, o di altri similari monumenti al mondo. Nonostante la vastità del complesso, in verità un po’ trascurato, manca una certa retorica. La struttura, più che un mausoleo pare un padiglione di arte contemporanea o forse una residenza di riposo per anziani. Nessun picchetto d’onore ma solo uno svogliato poliziotto in attesa dell’età pensionistica. Un posto tranquillo, un po’ demodé. Pieno di fiori e piante.  Dove pareti ricoperte di foto raccontano la “gloria” dell’uomo Tito e del paese che ha governato. I potenti dell’epoca di fianco al Maresciallo, immagini del “galeb”, il gabbiano, la sua barca. Poi Jovanka, l’ultima moglie, il mistero nel mistero.

Jovanka Budisavljević in Broz non fu la prima moglie del leader jugoslavo bensì la quarta. Fu colei, però, che divenne la “compagna dell’imperatore” o, come diremmo oggi la “first lady”. Lo ha accompagnato per anni nei viaggi ufficiali ma non va dimenticato che fu partigiana, anche lei comandante dell’Armata Rossa. Lo ha seguito per anni fino a poco prima della morte quando Tito si invaghì di due massaggiatrici ventenni e Jovanka lasciò il Palazzo presidenziale per andare a vivere in una villa poco distante. La stessa villa nella quale fecero irruzione, appenda dopo tre mesi la morte del Maresciallo, uomini armati che sostanzialmente la misero in stato di fermo. Ciò avveniva il 27 luglio del 1980. Da allora Jovanka visse in isolamento, privata del passaporto, privata di tutto. Una esistenza trascorsa nella miseria. Impossibilitata a uscire di casa e sotto gli occhi vigili di un poliziotto che la controllava in ogni momento. Quali segreti conservava Jovanka Budisavljević? Durante i trentatré anni della sua “detenzione” a Belgrado si sono succeduti governi e regimi politici assolutamente diversi e distanti fra loro. A volte in netta contrapposizione. Ma nessuno ha mai “liberato” Jovanka. Soltanto nel 2009 le fu restituito il passaporto ed ebbe accesso a una piccola pensione. Alla sua morte le furono tributati funerali di stato e venne sepolta di fianco al marito. Nel frattempo, un giornale molto importante di Belgrado, il Vecernje Novosti, rivelò che nella bara di Tito c’erano solo sassi e sabbia. Il suo corpo era troppo devastato dalla malattia per poter venire inumato.

Così la folla immensa che si accalcò lungo la ferrovia Lubiana Belgrado in attesa del treno presidenziale che riportava la salma dall’ospedale sloveno alla capitale serba; i calciatori dell’Hajduk e della Stella Rossa di Belgrado che stavano giocandosi un incontro di campionato a Spalato e sospesero la partita fra pianti, lacrime e disperazione anche dei tifosi; i quattro re, i sei principi, i 47 ministri degli esteri, i 31 presidenti e i 22 primi ministri che, l’8 maggio dell’80, parteciparono ai funerali più solenni del secolo scorso, avrebbero onorato una cassa di legno piena di sole pietre.

Prima di lasciare “la collina del potere”, o “dei poteri”, non possiamo dimenticare l’altro potere, quello monarchico, attualmente fermo ai box in attesa di un futuro forse da casa regnante. Per il momento Alessandro Karađorđević, principe ereditario, ha ripreso possesso della reggia Kralievski dvor proprio a Dedinje. Quando si stabilì definitivamente a Belgrado, nel 2000, gli chiesi una intervista. Mi prospettarono di poterla fare almeno dieci mesi dopo… però. C’è un però. Se avessi avuto una qualche discendenza aristocratica in poche ore “sua altezza reale” mi avrebbe ricevuto subito.

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