Beograd – passato remoto
Episodio 11

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La mia meta è decentrata rispetto al centro di Belgrado. È la periferia sud ovest, la nuova frontiera verso cui si espande, in modo caotico e disordinato la città. Si espande per adizione, per sottrazione o per sostituzione. A volte per conservazione. La conservazione socialista qui, al centro dei Balcani, ha decisamente fatto scuola quasi la mutazione non appartenesse al progresso ma coltivasse un senso di decadentismo di maniera. L’Occidente si è sempre trovato a immaginarsi la sua morte. Il socialismo l’ha negata credendosi immortale sfidando quel famoso passo del “Manifesto” ove Marx dice “il comunismo abolisce le verità eterne”. Per questo nella storia è scomparso prima dei suoi nemici.

Ma prima di arrivare al nocciolo di questa riflessione, ricordo come in questa fetta di territorio belgradese la creatività degli “Archistar” sia immensa come immenso è lo spazio che occupa il BIGZ.

Belgrado – BIGZ

Il limite di ogni scrittore sta nel non poter osservare le reazioni dei propri lettori. Non c’è metalinguaggio che tenga. E quindi scritto BIGZ io non saprò mai che effetto avrò suscitato in voi. Forse ho evocato una scarica elettrica o il ronzio di un insetto, probabilmente una zanzara. Invece BIGZ ha dimensioni completamente diverse. È corporeo e occupa una enorme quantità di spazio. Ha un telaio in cemento armato più potente di molti altri edifici. È grigio ma il riferimento cromatico è puramente casuale. Non esistono, in questo grigio le sfumature, non cinquanta ma neppure le sette della scala dei colori. E la forza di gravita che lo tiene ancorato al suolo è ben superiore a G, quella che comunemente è considerata la costante di gravitazione universale. Un capomastro avvezzo più alla pratica che alla teoria, penserebbe di fissarlo con grandi funi ancorate a terra con robusti pali.

Belgrado – BIGZ

Potrei andare avanti per pagine intere a descrivere questo edificio in stile modernista che doveva ricordare una macchina da scrivere, esempio di fortezza novecentesca, luogo ove la verità si forgiava secondo le regole del socialismo. Sede della libertà di stampa, libertà concessa a chi non scriveva di politica, di cultura, di società, di sport, di religione e forse anche di qualcosa d’altro.

BIGZ building fu costruito nel 1941 per ospitare la sede della National Printing Institution of Jugoslavia, la casa editrice dello Stato. Ma la sua operatività fu subito interrotta dai massicci bombardamenti tedeschi. Fu solo nel 1944, seppur l’edificio avesse ancora molte parti inaccessibili per i danni della guerra, che inizio regolarmente la sua attività. In qualche modo divenne il luogo ove si formava l’informazione e la cultura di regime. Dal ’91, quando chiuse la grande tipografia, un salto mortale. Al BIGZ irrompe la scena underground belgradese che di nome fa DJ Buca. Nel 1991 DJ Buca conosce, mentre passa giornate intere nei rifugi per ripararsi dalle bombe della Nato, altri musicisti come lui. Nel 1992 è alla testa delle manifestazioni che fanno cadere Slobodan Milosevic. Nel 1995, con due soci, affitta uno spazio al BIGZ e apre il Club Studio 69. È la nascita della electro-trance balcanica, della stagione dei psychedelic parties con migliaia di persone, dei locali musicali che riempiono il BIGZ in ogni suo piano. Centri di registrazione, studi di designers, lounge bar, club del Jazz. Techno, house, pop, chill-out, l’avanguardia dell’avanguardia. Dal novanta fino al duemila e dieci Belgrado come Berlino. Il magazine Popboks, una rivista su Internet, ha coniato per definire quel movimento musicale e artistico, il termine “nuova scena serba” scatenando polemiche a non finire.

In Serbia tutto quello che facciamo deve essere nuovo, anche se scopiazzato da altri paesi. Ci sentiamo sempre in debito specialmente con la Germania o con l’Italia, nonostante ci abbiano invaso e bombardato. Ma non lo ammetteremmo mai.”

Vedran Vucic è stato un grande amico. È stato, purtroppo.

Con lui ho ispezionato ogni anfratto del BIGZ. Sembrava non dovessero finire mai, come se con lui l’norme edificio sul Bulevar vojvode Mišića si espandesse, al pari dell’infinito, non nel vuoto ma nel nulla.

Belgrado – BIGZ

Vedran era originario di Spalato, in Croazia. Militante dei diritti umani, Vedran a 25 anni si era trasferito a Praga per lavorare nella segreteria della Helsinki Citizen’s Assembly, un network internazionale per la democrazia che vantava fra i suoi promotori Václav Havel e  Alexander Dubček. Lo conobbi a Praga, lo rincontrai a Subotica, nel 93 che aiutava i profughi della guerra. Ci rivedemmo a Belgrado nel 97. Produceva musica con il computer, era un operatore culturale conosciuto e considerato anche all’estero. Vedran ci ha lascato troppo presto. A cinquantasette anni, nel 2019.

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