Beograd – passato remoto
Episodio 13

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Mettetevi seduti e armatevi di pazienza. Quando si parla del maresciallo Tito il tempo scorre, l’inchiostro pure, anche se sarebbe ormai meglio parlare di bit, ma l’inchiostro è più romantico, più evocativo.

Josip Broz detto Tito è sicuramente uno degli uomini politici che di più hanno segnato il secolo scorso. Da umile figlio di contadini a capo di stato, da giovane operaio a leader del “Movimento dei non allineati“, nella parabola del Maresciallo Tito c’è non solo la storia del ventesimo secolo, ma le passioni, i drammi, gli scontri di un’epoca che, come nessun’altra, ha avuto la capacità di teorizzare i concetti di bene e di male e di applicarli alla politica. La sua figura racchiude gli aspetti del reale, del mito e della leggenda come pochi. Per buona parte del secolo scorso, Tito e la Jugoslavia, con la sua capitale Belgrado furono una cosa unica.

Il futuro leader del movimento dei non allineati nasce il 7 maggio del 1982 a Kumrovec nell’Harvatsko Zagorie. È cittadino dell’Impero austro-ungarico che all’epoca arriva al confine con la Serbia. A diciotto anni inizia la sua militanza politica nel sindacato dei lavoratori metallurgici. Tra il 1911 e il 1913 si sposta per lavoro fra Italia, Austria e Germania. Nel frattempo, vince la medaglia d’argento in un torneo di spada a Bucarest. Già, un umile operaio, settimo di quindici figli, nato da una coppia di contadini, che sa schermare! Fosse la sola contraddizione. Vi anticipo già l’ultima. Che poi ultima. È di dieci anni fa, ma da allora più nessuno ha fatto clamorose rivelazioni su Tito. Ovviamente fonte Cia. Da uno studio del 1977 gli analisti dell’intelligence americana hanno stabilito, senza ombra di dubbio, come ogni informazione a stelle e strisce, che Tito non era jugoslavo. Attraverso l’analisi fonetica dei suoi discorsi ufficiali gli yankee hanno ritenuto che fosse polacco o russo.

Così abbiamo messo i piedi dritti dritti nel mistero, quello che per anni i tabloid anglosassoni hanno definito come “Tito non era Tito”. E a conferma di ciò le rivelazioni di uno dei suoi più grandi biografi: Dragan Vlahović. Il vero Josip Broz, per Vlahović, sarebbe morto combattendo nell’esercito austroungarico durante il primo conflitto mondiale. Un altro storico, il serbo bosniaco Pero Simić, definì Tito un agente dell’NKVD, sigla della famigerata polizia politica staliniana.

Fu lo stesso Tito ad alimentare la leggenda rifiutandosi di dare particolari certi sui periodi di clandestinità passati fra l’Urss e viaggi per l’Europa negli anni Trenta come emissario della Terza Internazionale.

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Ovviamente finché Il Maresciallo era in vita, tutto questo era tabù. Alla sua morte, come un vaso di Pandora, si scatenarono tutte le interpretazioni possibili. A cominciare dal suo medico personale Alexandar Matunović che riportò ciò che gli disse Tito: “di sicuro lei mi conosce bene, dottore, ma si illude se pensa di sapere tutto su di me. Nessuno conoscerà mai il vero Tito, come nessuno l’ha mai conosciuto finora. Io sono Faust, il Faust di tutti i Faust.”

E ancora Raif Dizdarević, uno dei politici più importanti della Jugoslavia, più volte Presidente della Presidenza federale, rivelò che: ”tra i documenti gelosamente custoditi da Tito, in un piccolo cassetto della ‘villa bianca’ (residenza del Maresciallo nella famosa isola di Brioni, dove egli trascorreva le vacanze), c’era un certificato di morte del soldato Josip Broz, ucciso in azione durante la prima guerra mondiale.”

E allora via con tutte le interpretazioni. Anche le più fantasiose. Tito massone, Tito ebreo, Tito figlio illegittimo di Churchill, che pare incontrò clandestinamente a Posillipo per decidere il confine italo-jugoslavo. Tito che si sarebbe convertito all’Islam prima di morire. Tito erede di una grande famiglia viennese. Nella capitale austriaca sarebbe nato nel 1891. Qui avrebbe frequentato le scuole, compagno di banco di un certo Adolfo Hitler.

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Siamo quasi alla fine di questo feuilleton, siamo all’assassinio di Stalin voluto e organizzato, così raccontano in molti, proprio dal Maresciallo. Che fra i due non corresse buon sangue è storia. La loro rottura risale addirittura al 1948, col famoso Memorandum del Comintern farcito delle solite accuse e del solito linguaggio: deviazionismo dal marxismo-leninismo, trozkismo, agenti dell’imperialismo occidentale. Sappiamo come andò a finire: l’ennesima spaccatura del fronte socialista. Reciproche scomuniche e relazioni interrotte.

Il romanzo d’appendice scrive il suo ultimo capitolo con la morte di Stalin nel 1953. Lo storico italo-sloveno Jože Pirjevec, uno studioso di un certo prestigio negli ambienti accademici, in un suo libro racconta di una lettera ritrovata sulla scrivania del dittatore sovietico nella quale il Maresciallo usava toni particolarmente duri. Ricordava di avere subito ben 22 attentati orchestrati dal Cremlino, e che invece a lui, quando avesse deciso, sarebbe bastato solo un sicario ben addestrato. Certamente, si racconta che, durante la sua agonia durata più giorni, Stalin accusasse Tito di averlo avvelenato.

Finisco con una osservazione, seria e ponderata. C’è un interesse storico, oltre al gossip di basso livello nel quale ci siamo avventurati fino ad ora: se Tito fosse stato un agente del Cremlino che si sostituì al vero Josip Broz potrebbe spiegarsi perché mai la Jugoslavia fu piegata dal gigante sovietico. Il Tito agente di Mosca aveva documenti che potevano mettere in imbarazzo tutta la leadership dell’Urss.

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